
In qualsiasi forma di composizione visuale è la norma per cui lo spazio “da riempire” ( tela, inquadratura, pagina, ecc. ) è idealmente suddiviso sia orizzontalmente che verticalmente in tre terzi o settori; l’ intersezione di queste linee ideali darà dei “punti di forza” secondo cui disporre gli oggetti della composizione.
In sostanza è quanto esprimevano i Greci nella cosiddetta “Regola Aurea”, secondo la quale il rettangolo era da considerarsi la forma perfetta. E non un rettangolo qualsiasi, ma quello in cui base ed altezza stanno tra loro nel rapporto di 3 a 2 ( che è esattamente il formato fotografico classico, ma anche quello dei fogli su cui scriviamo, della maggior parte delle cornici, dei quadri, dei tavoli, dello spazio architettonico in genere ). I templi greci costituivano l’ apoteosi di tale regola: pianta, colonnato, timpano, tutto era rigorosamente progettato tenendo conto di tale relazione.
Osserviamo l’ immagine qui sopra: il terreno occupa i 2/3 della composizione, il cielo e gli alberi il restante terzo.
Verticalmente il terzo di sinistra costituisce una "quinta” ( il nome, e la funzione, sono esattamente gli stessi del gergo teatrale ) per i restanti 2/3 che contengono il soggetto vero e proprio, ossia la baita di montagna, aumentando l' impressione di profondità della scena. Le panche sulla parte inferiore destra, poste su un “punto di forza”, danno un fortissimo senso di stabilità e di quiete, e costituiscono un’ ulteriore quinta al soggetto. Il fiore sulla sinistra, posto sulla diagonale della composizione, dà invece un forte senso di moto verso la Baita, accentuato dalla fuga prospettica.
Il ricorso in ripresa ad un forte grandangolo “accelera” ulteriormente questo moto verso la Baita, posta al centro della composizione, al punto di equilibrio e di convergenza di ogni moto o “tensione” dell’ immagine. Ecco: è esattamente il susseguirsi di tensione e quiete a dare senso, dinamismo ed equilibrio a questa composizione degli elementi, proprio come in un brano musicale è il susseguirsi di accordi di settima e di tonica a dare vita e ritmo alla melodia.
Stesso discorso per la foto a fianco, dove l' elemento "grafico" costituito dal balcone sulla destra fa da quinta prospettica al Lago, soggetto della foto, che occupa orizzontalmente il terzo inferiore, mentre i restanti 2/3 sono occupati dal cielo.
Anche qui la disposizione di punti di forza e diagonali dinamiche ( il lampione per esempio, posto sul punto di forza in alto a destra, cui si contrappone dinamicamente la spinta prospettica data dal lungolago posto sulla diagonale a sinistra ) generano quell' insieme di "tensione e quiete", di "stasi e moto" attraverso i quali l' immagine "vive" ed entra nella nostra percezione.
Per questo fondamentale motivo diciamo che un' immagine, comunque sia, "si muove", e non è mai statica: la nostra percezione profonda dell' immagine segue l' andamento dato da queste linee di forza; la nostra psiche si sposta all' interno di essa seguendo esattamente le direttive di "stop and go" date da tali punti di forza e dinamiche compositive.
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Facciamo quindi un ulteriore, decisivo passo nella comprensione più profonda del funzionamento di tali dinamiche: stiamo infatti parlando non più di semplici regole teoriche e compositive, ma di regole dell’ anima, di regole “del sentire”, che ci ritroviamo proposte in ogni disciplina compositiva: Dante scriveva in ritmo ternario ( la celeberrima terzina dantesca ), Bach ha suddiviso lo spettro armonico in sovrapposizione di “Terze”, componenti primarie degli accordi musicali; Pitagora ed Euclide ne hanno fatto la base della Geometria; lo spazio architettonico “perfetto” di chiese, campanili, templi, piramidi, ecc. rispecchia sempre questa regola dei terzi.
Ebbene il discorso diventa inquietante ed interessante perché tutte queste conferme portano ad escludere una casualità: questa benedetta “Regola dei Terzi” non è solo un’ astrazione stabilita a tavolino, non è solo una regola compositiva per inquadrare meglio, ma è una conseguenza diretta del nostro stesso modo di sentire, è l’ espressione del nostro pensare e sentire più profondi, di cui non siamo coscienti ma che riproponiamo inevitabilmente in ogni nostra espressione ultra-verbale, artistica ed estetica.
Dalla musica alla geometria, alle arti visive, alla metrica, alla pittura, all' architettura, alla forma "canonica" della Tragedia greca, nonchè di templi, statue, colonnati, fino alla forma tipicamente "rettangolare" di ogni suppellettile che arreda lo spazio che viviamo.
Se si trattasse solo di casualità sarebbe cosa ben strana !
FORMAZIONE DEL PROCESSO VISIVO E IMPRINTING
Konrad Lorenz, e la sua ochetta "Martina" che si credeva un umano, hanno per primi avuto il merito di scoprire e spiegare l' assoluta importanza del processo di "Imprinting" nella personificazione e determinazione dell' individuo, in altri termini nella coscienza di sè e della propria identità.
Tutti sanno che i cuccioli delle specie superiori nascono con una vista imperfetta, se non completamente ciechi. In particolare il meccanismo visivo del bambino impiega mesi prima di essere messo a punto "meccanicamente"; il processo di "visione" vera e propria poi, ossia quello che include la parte cognitiva e mentale di "riconoscimento ed interpretazione" di quanto vede l' occhio, non si completa che verso il terzo anno di età !!!
Si tratta di una vera e propria strategia adottata dalla Natura affinchè il cucciolo progressivamente sviluppi l' imprinting ( ossia l' identificazione di sè sulla base del modello che gli si propone ) sulle persone che gli stanno più vicine, escludendo dall' universo visivo e sensoriale qualsiasi altro stimolo.
( Istruttiva a tale proposito la lettura de: "L' Anello di Re Salomone" di Lorenz, come anche l' esperienza pratica di quegli ornitologi che si preoccupano di far migrare cuccioli orfani di uccelli migratori: durante la fase di addestramento devono "travestirsi", affinchè i cuccioli non sviluppino un erroneo imprinting verso gli umani, cosa che sarebbe loro deleteria una volta reimmessi nel loro habitat naturale ).
Ma torniamo al nostro cucciolo di Uomo: le prime sensazioni rassicuranti con il suo mondo esterno sono quelle "tattili", date dal contatto con il corpo della madre e "orali" date dalla suzione del latte dal capezzolo.
Non a caso la vista è l' ultimo carattere sensoriale a svilupparsi: dapprima il bambino percepisce solo indistintamente, poi sempre più chiaramente, il volto che gli sta più vicino: quello della madre.
La Natura "vuole" che gli stimoli esterni siano esclusi, e che l' attenzione del bambino sia focalizzata solo sul vicino più prossimo, per garantire un corretto imprinting. Solo dopo diverse settimane il bambino ci riconosce, ma attenzione: solo se ci avviciniamo molto a lui col volto: tutto ciò che è esterno deve ancora rimanere escluso, proprio per consentire il formarsi dell' Imprinting del bambino solo sulle figure che gli stanno vicine. Oltre una certa distanza infatti non riceveremo più nessuna attenzione !
Tutto quanto è stato detto fin qui era per introdurre una riflessione tanto semplice quanto la più importante e determinante ai fini del nostro discorso, ossia per portarci ad osservare che le parti "comunicative" del volto materno che si avvicina al piccolo, ossia gli occhi e la bocca, sono esattamente disposti sulle linee del terzo superiore e del terzo inferiore di un ipotetico rettangolo in cui inscrivere il volto.
Quel particolarissimo "rettangolo" che verrà caricato dal bambino delle più alte valenze affettive, comunicative, di rapporto; quel particolarissimo rettangolo che rappresenta per il bimbo la sopravvivenza stessa; quel particolarissimo rettangolo sul quale si svilupperà l' Imprinting del piccolo uomo; quel particolarissimo rettangolo che, guarda caso, ci ritroviamo riproposto come "l' Assoluto" in ogni disciplina compositiva.
Quel rettangolo che, come ha perfettamente intuito Magritte in questa sua opera, riassume sia le dimensioni del volto che quelle dello stesso corpo umano, e le cui proporzioni, riassunte dal rapporto aureo "Phi", ritroviamo ovunque in natura ( Vedi: L' Eterno Femminino )
Ed ecco chiudersi il cerchio: La presenza interdisciplinare della Regola dei Terzi non è altro che l' assumere a "Forma Perfetta" quella che fu la forma perfetta su cui si è forgiato il nostro stesso "essere": ossia la forma del volto materno. Forma perfetta per antonomasia perchè atavicamente e profondamente associata al senso non solo di materna sicurezza, ma, come Lorenz insegna, al nostro stesso più profondo senso di "individuazione e personificazione": Noi siamo quella regola, così come quella regola è noi.
( Mondart, parbleu ! )
( Photogallery: La Regola dei terzi ) ( Fotografia di Paesaggio )