
( Topolona in posa da calendario )
Tira aria di cenoni ( e di stupidaggini gastronomiche ).
Mi si chiede di trovare un cotechino vaniglia.
L'ho trovato solo su certi testi, dove si legge di cotechini alla vaniglia (?) prodotti da ristoratori a cui la fantasia non difetta.
Uno sarebbe a Villastrada, nel mantovano (diocesanamente cremonese per questioni di confini liquidi: vedi fiumi Oglio - Po, affluente Lambrusco) dove appaiono cotechini che,fedifragamente, vengono impropriamente - questione di metri - denonimati cotechini cremonesi.
Nel Varesotto, l'accezione cotechino vaniglia è addirittura castrata, espuntando proprio l'oggetto raramente presente nelle diete e - per effetto traslato - si parla non di cotechino vaniglia, ma di vaniglia tout-court, intendendo per "vaniglia" il colesteroloso insaccato.
C'è chi lo intende, invece, come un aroma del salume fantasiosamente colto da un accademico colto.
Gli accademici sono quel genere di buontemponi, un vero coacervo di manducatori con ineludibile attrazione al mangiare a sbafo (madonna, chissà al ristorante di Montecitorio!) ai quali appartiene il Nostro, il quale ha ritenuto di cogliere (da qui coglione) tra gli effluvi di un fumante e poco islamico (allah faccia di Maometto) cotechino, il sentore di vaniglia.
Abitualmente non capisce un' acca (da qui accademico).
Il soggetto appartiene al genere che ha scoperto la cucina nostrana chiamandola “del territorio”. I sapori autentici li gradisce solo se hanno l'imprimatur del biologico, integrato, biodinamico, ecocompatibile, autoctono. L'insieme si realizza, si uniforma - per me appiattendosi - nei vari formaggi caprini che ormai tutti fanno e che gabellano come riscoperta, aromatizzandoli con fantasie di erbe, foglie di noci, vinacce, ceneri di ginepro e chi più ne ha più si faccia gabellare.
In quest'aura, egli chiama dadolata lo spezzatino, inverte l'insalata di frutta con la macedonia di verdure, cambia il nome ai tortelli trasformandoli in fagottini, bauletti, scrigni, caramelle, sfoglie ripiene e scopre che un vedovo da vent'anni è single.
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Torniamo al cotechino vaniglia.
La vaniglia non è presente all'appello degli ingredienti, menuno, mendue, mentre la fantasia e una certa propensione all'obnubilamento etilico è presente nel pirla che ha dato inizio a questa diceria: secondo l'improbabile parere di questo anonimo avvinazzato, le cui sinapsi non si rivolgono la parola, il suo profumo richiamerebbe
- repeat, please: r-i-c-h-i-a-m-e-r-e-b-b-e -
il delicato aroma esotico della vaniglia.
Dunque cotechino vaniglia è solo un modo di chiamare il beneamato e la costosa spezia oltreoceanica non c'entra un baccello, unica cosa in comune con la vaniglia.
Il cotechino vaniglia si può trovare da Saronni in C.so Mazzini a Cremona. Interpellato, il Saronni ha puntualmente perorato questa mia spiegazione, aggiungendo che la vaniglia non entra affatto negli ingredienti, e che la preparazione del cotechino vaniglia differisce dal classico cotechino per un equilibrio diverso del macinato e per la stagionatura inesistente.
Anni fa, stufo di sentirmi menzionare 'sta cosa che ritengo una vera fesseria, indagando approfonditamente, approdai alla Crepa di Isola Dovarese dove Riccardo Malinverno (ma il nome è ufficialmente Franco, un po' come dire Silvio e $i£viooo.ooo.ooo) mi mostrò un articolo dove quel che ho detto era chiarito in maniera esaustiva.
Un noto porcaro franzoso, tale Monsieur Suin De la Scrofe, in pieno decadimento gotico (da cui gotechino) inventò questo nome per risollevare le sorti delle sue finanze e ritornare in auge presso i potenti dell’epoca, tra i quali il clero, che iniziò subito a dare lezioni di cotechismo.
La sua ricetta ebbe una evoluzione nel Centocin (fine quattrocento inizio cinquecento) quando, per opera dell’ irlandese MisterPorkett Hall ‘O Spyed, si alimentarono i suini con prodotti scaduti della Nestlè, utilizzando bastimenti carichi di budini alla vaniglia predati durante il trasporto alla discarica di Montecitorio, dove insaziabili fiere se li contendevano con manovre estranee alla legalità.
Una partita di questi suini (non quelli di Montecitorio) finì in Germania, dove Herr Sgriffen Von Zampon und Lentikkien riconvertì la produzione di cotechini in biscotti alla vaniglia facendoli essicare. Dopo averli lanciati sul mercato come ciccioli vaniglinati, si rese conto che il suo intento era stato vanificato, anzi vaniglificato, dalla risposta della clientela (non ancora sufficientemente decerebrata dalla pubblicità) e li rimise in commercio come frollini, ottenendo uno strepitoso successo. Ne effigiò la confezione con il sorridente ritratto di un signore con scarso cuoio capelluto, avuto, per rogatoria, da un pittore di Harkore.
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Essendo nato prevalentemente a Cremona ed avendo visto ma(n)gicamente trasformare in cotechini una dozzina di dozzine di porcelli, non ho mai visto, nè sentito parlare dagli addetti ai lavori, di cotechino vaniglia.
Evidentemente, uno degli inurbati sedicenti gastronomi summenzionati, nei confronti del quale la mia stima è tra la cera e il pavimento, ha ben pensato di poetizzare una sua emozione dovuta - io ritengo - ad una biondazza sventolona. Fine.
( Lilluccio Bartoli )
www.bartoliclick.com